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	<title>Umanitari</title>
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	<description>dalla parte dell'azione umanitaria</description>
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		<title>Il grado zero del dibattito umanitario</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 10:49:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silva Ferretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[commento]]></category>
		<category><![CDATA[emergency]]></category>
		<category><![CDATA[spazio umanitario]]></category>
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		<description><![CDATA[

[Nota: questo articolo nasce dall'indignazione nell'assistere a dichiarazioni, eventi e dibattiti recenti dove si dà troppa voce e troppa enfasi a affermazioni infondate e inaccettabili sul ruolo delle ONG e che sviliscono l'intero sistema umanitario]

-
“Ma le donne di Castiglione, vedendo che io non faccio alcuna distinzione di nazionalità, seguono il mio esempio, dando prova della stessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2010/04/annozero.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-246" title="annozero" src="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2010/04/annozero-300x174.jpg" alt="" width="300" height="174" /></a></p>
<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">[Nota: questo articolo nasce dall'indignazione nell'assistere a dichiarazioni, eventi e dibattiti recenti dove si dà troppa voce e troppa enfasi a affermazioni infondate e inaccettabili sul ruolo delle ONG e che sviliscono l'intero sistema umanitario]</span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">-</p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"><strong>“Ma le donne di Castiglione, vedendo che io non faccio alcuna distinzione di nazionalità, seguono il mio esempio, dando prova della stessa gentilezza per tutti questi uomini di origini così diverse, tutti ugualmente stranieri per loro. “</strong><em><strong>Tutti fratelli</strong></em><strong>” ripetevano con emozione. Onore a queste donne compassionevoli, onore a queste ragazze di Castiglione!” </strong><span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">[Henry Dunant, <em>Un souvenir de Solferino</em>, 1863]</span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">-</p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT"> <span id="more-245"></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">L’Italia ha un forte legame storico con l’umanitario. E’ proprio nel nostro paese, a Solferino, che ne sono state gettate le fondamenta nel 1959. E’ stato il concreto impegno in un campo di battaglia lombardo di Henry Dunant, imprenditore e filantropo svizzero, ad ispirare la nascita della Croce Rossa e a piantare i semi di una legislazione internazionale a tutela di chi è colpito dalla guerra: le Convenzioni di Ginevra.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">150 anni dopo, l’umanitario non è più un afflato isolato, ma è un sistema complesso in cui operano molteplici attori (non solo la Croce Rossa ma anche un elevato numero di istituzioni internazionali e di organizzazioni non governative). E’ regolato da principi, codici di comportamento, standard e normative internazionali. E’ un sistema che opera non solo in zone di guerra, ma anche in crisi complesse.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Uno dei punti fermi di questo sistema è che vada garantito uno “spazio umanitario”, cioè – con le parole di Rony Brauman (allora presidente di Medici Senza Frontiere) &#8211; uno “spazio di libertà in cui ci è consentito valutare i bisogni, verificare la distribuzione e l’utilizzo degli aiuti umanitari e avviare un dialogo con la popolazione”. E’ uno spazio in cui, con neutralità e imparzialità, gli attori umanitari portano soccorso a tutti quelli che sono colpiti da un conflitto o da una crisi. E uno spazio in cui la distinzione tra chi opera come forza militare e chi come attore umanitario deve rimanere chiara e distinta.<span> E q</span>uesto spazio va difeso, come sottolineano anche organismi quali l’Unione Europea (nel suo “</span><span lang="IT"><a href="http://europa.eu/legislation_summaries/humanitarian_aid/r13008_en.htm">Consensus on Humanitarian Aid</a></span><span lang="IT">”), quale “</span><span lang="IT">precondizione essenziale per l’aiuto umanitario”.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">E invece, lo spazio umanitario va restringendosi, come denunciato da anni dalle organizzazioni umanitarie e da studiosi internazionali. Da un lato, si cercano di imporre agli attori umanitari la politica e gli interessi dei combattenti. Dall’altro, sempre più i combattenti si spacciano per “umanitari”, là dove missioni che sono di fatto guerra sono descritte come “interventi di pace”.<span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Le conseguenze della riduzione dello spazio umanitario sono gravi, e pregiudicano la capacità di soccorrere le vittime. La chiusura dello spazio umanitario ha significato, in tempi recenti, l’esclusione di operatori umanitari con le competenze necessarie ad assistere la popolazione da zone in cui queste competenze possono salvare vite e aiutare a ricostruire comunità. I confini sempre più labili dello spazio umanitario hanno anche aumentato il pericolo &#8211; per chi va ad operare in una crisi quale attore neutrale &#8211; di essere invece assimilato ad una parte in conflitto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Troppi operatori umanitari hanno pagato questa confusione con la loro vita. E troppe persone hanno di fatto perso il loro inalienabile diritto all&#8217;assistenza umanitaria, o anch&#8217;esse la loro vita, nel silenzio e nell&#8217;indifferenza della comunità internazionale. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">La difesa dello spazio umanitario è un dovere imprescindibile per chi abbia a cuore il principio di umanità, e dovrebbe essere un impegno primario per gli attori, i governi e le diverse fazioni che operano in teatri di crisi. E’ una difesa che non va fondata sulle chiacchiere e sulle opinioni, ma che si può radicare in un corpus di esperienze, di principi e di normative e in un dibattito internazionale attualmente molto ricco. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="IT">Spiace vedere che di tutto questo in Italia non sembri esserci sentore. E spiace vedere che i dibattiti suscitati dai recenti fatti in Afghanistan banalizzino, ignorino e sviliscano concetti, valori e principi per cui occorrerebbe invece più attenzione e impegno nel nostro paese, e di cui il nostro paese dovrebbe farsi portatore e difensore. </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Indice di Risposta Umanitaria</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 10:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silva Ferretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[documento]]></category>
		<category><![CDATA[notizia]]></category>
		<category><![CDATA[Dara]]></category>
		<category><![CDATA[Indice Risposta Umanitara]]></category>

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		<description><![CDATA[
DARA &#8211; Development Assistance Research Associates, un&#8217;organizzazione indipendente di ricerca umanitaria &#8211;  ha pubblicato l’edizione 2009 dell’Indice di Risposta Umanitaria.

L’indice misura le prestazioni dei paesi donatori sulla base di 58 indicatori di Good Humanitarian Donorship &#8211; stabiliti nel 2005 – e raggruppa le sue misurazioni su 5 pilastri:

Risposta ai bisogni: La risposta dei paesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.daraint.org/node/127"><img class="size-medium wp-image-236 alignnone" title="Indice di risposta umanitaria" src="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2009/11/dara-cover-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>DARA &#8211; <em>Development Assistance Research Associates</em>, un&#8217;organizzazione indipendente di ricerca umanitaria &#8211;  ha pubblicato l’edizione 2009 dell’<a href="http://www.daraint.org/node/127">Indice di Risposta Umanitaria</a>.</p>
<p><span id="more-232"></span></p>
<p>L’indice misura le prestazioni dei paesi donatori sulla base di 58 indicatori di Good Humanitarian Donorship &#8211; stabiliti nel 2005 – e raggruppa le sue misurazioni su 5 pilastri:</p>
<ul>
<li>Risposta ai bisogni: La risposta dei paesi donatori si basa sui bisogni?</li>
<li>Prevenzione, riduzione del rischio, riabilitazione: I paesi donotori supportano capacità locali e la riabilitazione sul lungo periodo?</li>
<li>Lavoro con i partner umanitari: Come lavorano i paesi donatori con I loro partner umanitari?</li>
<li>Protezione e legislazione internazionale: I donatori rispettano standard e principi internazionali?</li>
<li>Learning e accountability: I donatori contribuiscono ad accountability e learning nell’azione umanitaria?</li>
</ul>
<p>L’Italia esce molto male da questa valutazione. Scende dal già basso diciannovesimo posto &#8211; conseguito lo scorso anno &#8211; al ventunesimo. Fanno peggio solo Grecia e Portogallo. Guardando ai dati disaggregati per pilastri, il risultato migliore lo consegue sulla “risposta in base ai bisogni” e “prevenzione, riduzione del rischio e riabilitazione” (ventesimo posto). Scende al ventiduesimo rispetto al lavoro con i partner umanitari.</p>
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		<title>Indagine sui &#8220;prodotti&#8221; dello IASC</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 14:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silva Ferretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[notizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Da quando e&#8217; stato fondato, nel 1992, lo IASC (Interagency Standing Committee) ha prodotto oltre 90 linee guida, orientamenti di policy, documenti di advocacy e manuali operativi che sono collettivamente noti come &#8220;prodotti&#8221;. Lo scopo dei prodotti è quello di influenzare le politiche e le pratiche umanitarie.
Lo IASC sta ora svolgendo uno studio per comprendere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_213" class="wp-caption alignleft" style="width: 153px"><a href="http://tinyurl.com/iascreview"><img class="size-medium wp-image-213" title="product-image" src="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2009/10/product-image-143x300.jpg" alt="Prodotti IASC" width="143" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Prodotti IASC</p></div>
<p>Da quando e&#8217; stato fondato, nel 1992, lo IASC (Interagency Standing Committee) ha prodotto oltre 90 linee guida, orientamenti di policy, documenti di advocacy e manuali operativi che sono collettivamente noti come &#8220;prodotti&#8221;. Lo scopo dei prodotti è quello di influenzare le politiche e le pratiche umanitarie.</p>
<p>Lo IASC sta ora svolgendo uno studio per comprendere se i suoi prodotti sono effettivamente utili ed usati sul campo. Desidera inoltre  comprendere come creare prodotti sempre più utili e rilevanti in futuro. Lo studio si basa su di un campione di 8 prodotti e cerca di raccogliere opinioni da parte degli operatori umanitari</p>
<p>Fino alla fine di ottobre è possibile accedere a una serie di questionari on line. Si può scegliere tra questionari riferiti a singoli prodotti, questionari per chi non conosce alcun prodotto dello IASC e questionari per manager di organizzazioni umanitarie. Sono tutti questionari molto brevi (richiedono max 10 minuti per essere compilati) e sono disponibili in inglese, francese, spagnolo.</p>
<p>Chi fosse indirizzato a dare il suo contributo all&#8217;indagine può visitare la pagina <a href="http://tinyurl.com/iascreview">http://tinyurl.com/iascreview</a> fino al 23 Ottobre</p>
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		<title>UNIFIL II &#8211; Keeping Peace Once for All</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 12:55:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulio di blasi</dc:creator>
				<category><![CDATA[senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[peacekeeping]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni militari-civili]]></category>
		<category><![CDATA[UNIFIL]]></category>

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		<description><![CDATA[Se la natura messianica e risolutrice dei conflitti assegnata al peacekeeping al termine della guerra fredda aveva già mostrato i suoi limiti negli anni &#8216;90, il nuovo millennio ha segnato la sconfitta del peacekeeping (enforcing) così come concepito dai teorici dell&#8217;interventismo umanitario.
Oggi il peacekeeping sembra piuttosto tornare ad assumere un profilo più basso, traumatizzato dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se la natura messianica e risolutrice dei conflitti assegnata al peacekeeping al termine della guerra fredda aveva già mostrato i suoi limiti negli anni &#8216;90, il nuovo millennio ha segnato la sconfitta del peacekeeping (enforcing) così come concepito dai teorici dell&#8217;interventismo umanitario.</p>
<p>Oggi il peacekeeping sembra piuttosto tornare ad assumere un profilo più basso, traumatizzato dalle esperienze dell&#8217;Afghanistan e dell&#8217;Iraq dove anche il suo valore morale, anche senza considerare l&#8217;implementazione pratica, è stato pesantemente messo in discussione.</p>
<p>Il contesto che probabilmente più di tutti rappresenta questa nuova forma di peacekeeping post-liberale, di basso profilo, ed esclusivamente mirante a creare &#8216;finestre di opportunità&#8217; per l&#8217;azione politica è il Libano. Qui i soldati ONU, sotto comando italiano, stanno svolgendo un importantissimo ruolo di contenimento del conflitto, ben comprendendo quali siano i limiti della propria azione.</p>
<p><span id="more-205"></span></p>
<p>Le &#8216;red-lines&#8217;, come vengono definiti in Libano i limiti imposti per evitare lo scontro con le diverse milizie, sono rispettate dai peacekeepers sia sul piano politico che, incredibilmente, sul piano umanitario. Infatti il Libano, se paragonato con altri contesti come l&#8217;Afghanistan risulta essere un oasi felice per le relazioni militari-civili, e potrebbe essere presa ad esempio per superare i dibattiti ideologici che predominano tanto tra le Organizzazioni non Governative, quanto tra i Militari.</p>
<p>Per chi dovesse essere interessato ad approfondire il tema metto qui il link ad una ricerca realizzata su UNIFIL per il Master in Conflict, Security and Development del King&#8217;s College di Londra.</p>
<p style="center;"><a title="UNIFIL II - Keeping peace once for all" href="http://www.scribd.com/doc/19702900/Dissertation-Giulio-Di-Blasi-UNIFILpdf?secret_password=1mc3f36bwsakfs3yvy8j" target="_blank">UNIFIL II &#8211; Keeping peace once for all</a></p>
<p>Quello che risulta da questo studio è che un ritorno ad una forma più modesta di peacekeeping, nella piena consapevolezza dei suoi limiti intrinsechi potrebbe riconsegnare alle relazioni internazionali uno strumento efficace oggi considerato in pieno declino.</p>
<p>Inoltre, questa lezione nel campo delle missioni di pace potrebbe rappresentare anche un utile esempio per una azione umanitaria sempre più lontana dalle sue radici e dal suo mandato essenziale, in piena crisi di identità. Forse anche in questo campo un ritorno alle origini, una accettazione piena dei limiti fondamentali dell&#8217;azione umanitaria potrebbe portare a risultati positivi.</p>
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		<title>Advertising umanitario</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 06:42:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Bertotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[commento]]></category>
		<category><![CDATA[advertising]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione sociale]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
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Si è scritto moltissimo sul tema dell&#8217;advertising umanitario e della difficoltà di percorrere quella stretta via che separa l&#8217;uso &#8220;pornografico&#8221; del dolore con finalità di marketing dall&#8217;inefficacia comunicativa. La realtà è che non è sempre facile trovare la chiave giusta per mettere in pratica il sacrosanto 10° principio del Codice di Condotta del &#8216;94: &#8220;Nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="445" height="284" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/1DdzqG9yK8c&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999&amp;border=1" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="445" height="284" src="http://www.youtube.com/v/1DdzqG9yK8c&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999&amp;border=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Si è scritto moltissimo sul tema dell&#8217;advertising umanitario e della difficoltà di percorrere quella stretta via che separa l&#8217;uso &#8220;pornografico&#8221; del dolore con finalità di marketing dall&#8217;inefficacia comunicativa. La realtà è che non è sempre facile trovare la chiave giusta per mettere in pratica il sacrosanto 10° principio del Codice di Condotta del &#8216;94: &#8220;<em>Nelle nostre attività di informazione, di promozione e di pubblicità, presenteremo le vittime di catastrofi come esseri umani degni di rispetto, e non come oggetti di commiserazione</em>&#8220;.</p>
<p><span id="more-202"></span>Sulla rete trovate svariati blog (ad esempio <a href="http://www.social-advertising.info/" target="_blank">questo</a> e <a href="http://journal.marisaduma.net/2007/12/17/best-ads-on-public-interests-and-humanitarian-issues/" target="_blank">questo</a>) con migliaia di esempi di campagne sociali, alcune riuscite altre meno. Molti clichè e qualche idea geniale, come normale nel campo della comunicazione pubblicitaria.</p>
<p>Quello che è invece interessante dello sport cinematografico di MSF UK che ho inserito all&#8217;inizio di questo post è la scelta del loro web editor di pubblicare on line i <a href="http://duckrabbit.info/blog/2009/08/msf-cineama-advert-have-your-say/" target="_blank">commenti</a> ricevuti via blog, twitter, facebook dagli spettatori. Ne è nato un dibattito estremamente ricco che offre uno spaccato interessante di come il pubblico (almeno nel Regno Unito) percepisce la comunicazione umanitaria.</p>
<p>A conferma &#8211; se ce ne fosse stato bisogno &#8211; di quanto nel nostro mestiere, che ci troviamo sul campo o in un ufficio comunicazione, la regola numero 1 è sempre la stessa: ascoltare le persone con e per cui lavoriamo.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;impatto della riforma delle Nazioni Unite sull&#8217;azione umanitaria.</title>
		<link>http://www.umanitari.it/?p=196</link>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 17:22:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Kostas Moschochoritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[commento]]></category>
		<category><![CDATA[Nazioni Unite]]></category>
		<category><![CDATA[nuovo umanitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[principi umanitari]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mondo umanitario dopo la fine della guerra fredda è entrato in una nuova fase. A partire dagli anni &#8216;90, il mutamento degli scenari geo-politici, sociali ed economici internazionali ha indotto una notevole restrizione degli spazi per le operazioni indipendenti e neutrali di aiuto alle popolazioni vittime di conflitti. Di questa restrizione, Medici Senza Frontiere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo umanitario dopo la fine della guerra fredda è entrato in una nuova fase. A partire dagli anni &#8216;90, il mutamento degli scenari geo-politici, sociali ed economici internazionali ha indotto una notevole restrizione degli spazi per le operazioni indipendenti e neutrali di aiuto alle popolazioni vittime di conflitti. Di questa restrizione, Medici Senza Frontiere (MSF), organizzazione pioniera dell&#8217;intervento sanitario in aree di conflitto, ne ha colto ripetutamente i segni.</p>
<p><!--[if gte mso 9]><xml> Normal   0         14         false   false   false      IT   X-NONE   X-NONE                                                     MicrosoftInternetExplorer4 </xml>< ![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml> </xml>< ![endif]--><!--  --><!--[if gte mso 10]> <mce :style>< !   /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-priority:99; 	mso-style-qformat:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:11.0pt; 	font-family:"Calibri","sans-serif"; 	mso-ascii-font-family:Calibri; 	mso-ascii-theme-font:minor-latin; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-theme-font:minor-fareast; 	mso-hansi-font-family:Calibri; 	mso-hansi-theme-font:minor-latin; 	mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; 	mso-bidi-theme-font:minor-bidi;} --> <!--[endif]--></p>
<p><span id="more-196"></span>L&#8217;imperativo umanitario impone <del datetime="2004-11-05T15:42" cite="mailto:S.%20Anna"></del>di portare soccorso alla popolazione civile coinvolta in conflitti armati o travolta da calamità naturali e ispira la sua azione ai <del datetime="2004-11-05T15:43" cite="mailto:S.%20Anna"></del>principi fondanti di indipendenza, neutralità ed imparzialità. Questi principi che richiamano all&#8217;astensione dalle dinamiche militari e politiche del conflitto e all&#8217;intervento attuato senza discriminazioni, seguendo esclusivamente le priorità dettate dai bisogni reali della popolazione, sono oggi sottoposti ad una pressione crescente. Costretta e limitata da divise militari, ingerenze  economiche e mandati politici, l&#8217;azione umanitaria si trova ad operare in ambiti sempre più ristretti e il suo fine diventa sempre più difficile da perseguire quando le ragioni dell&#8217;umanitarismo sono invocate per legittimare agende politiche.</p>
<p>La fine dell&#8217;antagonismo Est-Ovest che aveva caratterizzato la guerra fredda ha segnato anche un cambio radicale nella politica delle Nazioni Unite. Fra il 1948 e il 1988, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha lanciato 14 operazioni di peacekeeping mentre negli anni ‘90, in risposta all&#8217;aumento dei conflitti, sono state avviate ben 35 missioni e altre sei sono state decise a partire dal 2000. Anche la presenza internazionale italiana è cresciuta in particolare attraverso la partecipazione alle operazioni conseguenti alla crisi del Golfo Persico e alle vicende dei Balcani. Delle 108 missioni a cui hanno preso parte contingenti italiani, quelle condotte dalle Organizzazioni internazionali alle quali l&#8217;Italia appartiene sono 77<a name="_ftnref1" href="#_ftn1"></a><strong>.</strong></p>
<p>L&#8217;ONU si trova dunque a rispondere a una serie di emergenze complesse che implicano simultaneamente considerazioni di aspetto politico, militare e umanitario. Aumenta la gamma dei sui compiti: la distribuzione degli aiuti umanitari, il disarmo e la smobilitazione, la creazione di un ambiente sicuro per le elezioni, il resoconto delle violazioni del diritto umanitario internazionale, oltre naturalmente ai compiti di monitoraggio e controllo del cessate il fuoco. Questo nuovo ruolo del Consiglio continuerà per tutti gli anni &#8216;90 durante i quali le operazioni di peacekeeping si trasformano da limitate operazioni di interposizione tra forze militari a complessi interventi di mantenimento della pace e ricostruzione in Paesi sconvolti da guerre civili e conflitti etnici.</p>
<p>La maggior parte di queste missioni non hanno però avuto un mandato politico e militare specifico ma sono state subordinate a un generico mandato umanitario. Da allora ha preso lentamente forma una nuova dottrina di interventismo fondata sul presunto diritto di intervento per ragioni umanitarie che ha trovato la sua applicazione più significativa prima con l&#8217;operazione Restore Hope in Somalia dove per la prima volta si è ucciso in nome dell&#8217;umanitarismo, e poi nell&#8217;operazione della Nato in Kosovo nel 1999. Dagli anni Novanta molti Stati hanno utilizzato l&#8217;assistenza umanitaria come parte integrante della loro strategia militare e di conseguenza è stato gravemente danneggiato il principio che sottende all&#8217;azione umanitaria: un&#8217;assistenza incondizionata ed imparziale a quanti si trovino in condizioni di bisogno. I conflitti in Kosovo, Afghanistan ed in Iraq possono forse emblematicamente essere utilizzati come esempi di una situazione in cui raggiungere ed aiutare in modo indipendente le vittime sta diventando sempre più complesso.</p>
<p>Scarica <a href="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2009/08/articolo-kostas.pdf" target="_blank">qui</a> l&#8217;articolo completo &#8220;L&#8217;impatto della riforma delle Nazioni Unite sull&#8217;azione umanitaria&#8221;.</mce></p>
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		<title>Partecipa ad un sondaggio per valutare la performance del settore umanitario.</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2009 14:39:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Bertotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[evento]]></category>
		<category><![CDATA[ALNAP]]></category>
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		<description><![CDATA[
ALNAP ha da poco lanciato un&#8217;iniziativa per valutare la percezione generale di funzionamento del settore umanitario. L&#8217;obiettivo è la pubblicazione nel prossimo autunno di un rapporto sullo stato del sistema che fornirà una mappatura della performance complessiva del settore e un&#8217;analisi dei principali sviluppi nell&#8217;ambito umanitario negli ultimi 3 anni, dopo cioé la pubblicazione dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2009/07/sondaggio.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-194" title="sondaggio" src="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2009/07/sondaggio-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" /></a></p>
<p><a href="http://www.alnap.org" target="_self">ALNAP</a> ha da poco lanciato un&#8217;iniziativa per valutare la percezione generale di funzionamento del settore umanitario. L&#8217;obiettivo è la pubblicazione nel prossimo autunno di un rapporto sullo stato del sistema che fornirà una mappatura della performance complessiva del settore e un&#8217;analisi dei principali sviluppi nell&#8217;ambito umanitario negli ultimi 3 anni, dopo cioé la pubblicazione dei risultati della Tsunami Evaluation Coalition.</p>
<p>Per completare il lavoro di ricerca, ALNAP ha lanciato &#8211; nell&#8217;ambito dello Humanitarian Performance Project &#8211; un sondaggio di settore, la cui partecipazione è aperta a tutti gli operatori umanitari interessati a fornire il proprio contributo. Se sei interessato a partecipare, <a href="http://www.zoomerang.com/Survey/survey-intro.zgi?p=WEB229CU7Y4RJA" target="_blank"><strong>clicca qui</strong></a>.</p>
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		<title>Tra false scuse e drammatiche realtà</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 09:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulio di blasi</dc:creator>
				<category><![CDATA[commento]]></category>
		<category><![CDATA[notizia]]></category>

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		<description><![CDATA[
Noi italiani siamo ormai abituati a vivere in un paese dove si dice una cosa che il giorno dopo viene regolarmente smentita nelle parole o nei fatti. Tuttavia, sfortunatamente per il nostro Governo, questa abitudine che trasforma la libertà di parola in libertà di mistificare la realtà, non trova assidua applicazione negli altri paesi.
Di conseguenza, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="150%;" align="justify"><span style="Calibri,sans-serif;">Noi italiani siamo ormai abituati a vivere in un paese dove si dice una cosa che il giorno dopo viene regolarmente smentita nelle parole o nei fatti. Tuttavia, sfortunatamente per il nostro Governo, questa abitudine che trasforma la libertà di parola in libertà di mistificare la realtà, non trova assidua applicazione negli altri paesi.</span></p>
<p style="150%;" align="justify"><span style="Calibri,sans-serif;">Di conseguenza, quando il Presidente del Consiglio del paese in carica della Presidenza del G8 sostiene senza mezzi termini </span><span style="Calibri,sans-serif;">che bisogna chiedere scusa all&#8217;Africa per gli impegni non mantenuti, in molti si potrebbero aspettare un piccolo cambiamento di rotta del Governo Italiano in materia di aiuti internazionali allo sviluppo.</span></p>
<p style="150%;" align="justify"><span id="more-189"></span><span style="Calibri,sans-serif;">D&#8217;altra parte in un paese come il nostro, che risulta il fanalino di coda in materia di sostegno ai paesi poveri, anche solo un piccolo aumento delle risorse messe a disposizione della cooperazione sarebbe certamente apprezzato e ci consentirebbe di presentare una posizione vagamente più forte e coerente all&#8217;interno dei consessi internazionali.</span></p>
<p style="150%;" align="justify"><span style="Calibri,sans-serif;">Tuttavia, forse per non smentire la sua proverbiale incoerenza e la sua capacità di vendere realtà immaginarie, al momento di porgere le sue sentite scuse il Premier ha dimenticato di sottolineare come solo due giorni fa sia stato promulgato un Decreto Legge sulla crisi economica che, all&#8217;articolo 24, affronta il tema delle missioni italiane di pace all&#8217;Estero. </span></p>
<p style="150%;" align="justify"><span style="Calibri,sans-serif;">Anche senza discutere dell&#8217;opportunità di inserire un tema tanto rilevante all&#8217;interno di un gigantesco decreto che tratta di temi totalmente diversi da quello in oggetto, è interessante riscontrare come ancora una volta a fare le spese delle decisioni del Governo saranno proprio le popolazioni più sfortunate del pianeta.</span></p>
<p style="150%;" align="justify"><span style="Calibri,sans-serif;">Infatti, tradizionalmente all&#8217;interno del decreto missioni sono sempre stati stanziati fondi per la cooperazione civile allo sviluppo che, incrementando gli scarni finanziamenti previsti dalla legge finanziaria, andavano a sostenere l&#8217;azione delle nostre Organizzazioni Non Governative nelle aree di crisi del pianeta. Tuttavia questa volta, nonostante i mille impegni presi in sede G8, dei 45 milioni di euro promessi all&#8217;inizio dell&#8217;anno non vi è più traccia. Piuttosto si è preferito creare un fondo comune per finanziare tutte le missioni italiane all&#8217;estero, sia in ambito militare che per quanto riguarda la cooperazione civile, pari a 510 milioni di euro che saranno poi suddivisi con apposito decreto del Ministero della Difesa, esautorando così ancora una volta il Parlamento. La decisione di demandare la decisione della ripartizione dei fondi al Ministro della Difesa evidenzia la volontà di privilegiare l&#8217;aspetto militare delle missioni riducendone la componente civile. In questo senso, dato anche l&#8217;aumento delle missioni per cui dovranno essere stanziati i fondi, è probabile che la cooperazione civile subirà ulteriori tagli alle proprie attività.</span></p>
<p style="150%;" align="justify"><span style="Calibri,sans-serif;">Come se questo non bastasse, al fine di garantire copertura per le operazioni di cooperazione svolte in prima persona dai militari, finalizzate quindi a favorire gli interessi strategici piuttosto che quelli delle popolazioni locali, si prevede che i comandanti delle missioni all&#8217;Estero possano stipulare accordi diretti &#8216;con pubbliche amministrazioni&#8217; per reperire i fondi necessari. Questa norma apparentemente innocua rischia invece di divenire il mezzo tramite cui subappaltare la nostra cooperazione allo sviluppo e la nostra politica estera, ai militari attraverso incontrollabili accordi bilaterali che potranno coinvolgere soggetti impegnati nel settore della cooperazione civile allo sviluppo come il Ministero degli Esteri, o le Regioni impegnate nella Cooperazione Decentrata.</span></p>
<p style="150%;" align="justify"><span style="Calibri,sans-serif;">Infine, seguendo lo schema della finanza creativa, si accantona il 15% dei fondi (attualmente indeterminati) destinati alla cooperazione civile, come riserva per rispondere ad improvvise situazioni di crisi. In tal modo si eviterà, nel momento in cui dovessero scoppiare catastrofi umanitarie nel mondo, di mettere mano al bilancio statale per rispondere alle emergenze. Ci si limiterà infatti ad intaccare ulteriormente i fondi per la cooperazione civile, nella consapevolezza che, grazie al vecchio trucco di dare con una mano e togliere con l&#8217;altra, si potrà fingere di aiutare le popolazioni del sud del mondo.</span></p>
<p style="150%;" align="justify"><span style="Calibri,sans-serif;">Ci sono altri articoli del decreto che meriterebbero un approfondimento, come ad esempio la decisione di finanziare la manutenzione delle navi Libiche (che difficilmente si configurano come forze italiane all&#8217;Estero), ma basti quanto sin qui evidenziato per sottolineare come ancora una volta le dichiarazioni del Governo siano drammaticamente smentite dai fatti. Uso l&#8217;aggettivo drammaticamente perché a soffrire dell&#8217;ennesima bugia non saremo noi italiani, ma persone che si aspettano da noi un atteggiamento coerente per vincere la povertà e promuovere il proprio sviluppo. </span></p>
<p style="150%;" align="justify">
<p style="150%;" align="right"><span style="Calibri,sans-serif;">Giulio Di Blasi</span></p>
<p style="150%;" align="right"><span style="Calibri,sans-serif;">giulio.diblasi@gmail.com</span></p>
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		<title>ATHA &#8211; una nuova piattaforma sull&#8217;assistenza umanitaria.</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 14:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Bertotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[commento]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[learning]]></category>
		<category><![CDATA[SIDA]]></category>
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		<description><![CDATA[
Tra le ragioni che ci hanno spinti a far nascere l&#8217;esperienza di UMANITARI la più importante è probabilmente la necessità in Italia di moltiplicare gli spazi per il confronto e la discussione sull&#8217;azione umanitaria tra i diversi operatori del settore. In questa stessa ottica si è mossa la collaborazione tra l&#8217;agenzia di cooperazione svedese (SIDA) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2009/06/atha_logo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-186" title="atha_logo" src="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2009/06/atha_logo.jpg" alt="" width="330" height="38" /></a></p>
<p>Tra le ragioni che ci hanno spinti a far nascere l&#8217;esperienza di UMANITARI la più importante è probabilmente la necessità in Italia di moltiplicare gli spazi per il confronto e la discussione sull&#8217;azione umanitaria tra i diversi operatori del settore. In questa stessa ottica si è mossa la collaborazione tra l&#8217;agenzia di cooperazione svedese (SIDA) e il programma su policy umanitaria e ricerca sui conflitti della Harvard University che ha portato alla nascita di <a href="http://www.atha.se/" target="_blank">ATHA &#8211; Advanced Training Program on Humanitarian Action.</a></p>
<p><span id="more-185"></span>Si tratta in buona sostanza di un innovativo portale che mette in condivisione materiali di formazione, risorse documentali, forum di discussione (con annesso un gruppo professionale sull&#8217;ormai molto diffuso <a href="http://www.linkedin.com/groups?gid=1825696&amp;trk=hb_side_g" target="_blank">Linkedin</a>, che dovrebbe idealmente favorire lo scambio di esperienze e contatti tra gli operatori). Oltre che &#8211; ovviamente &#8211; una serie di riferimenti a più tradizionali corsi e seminari di formazione.</p>
<p>A parte un ricorso ben calibrato a risorse video, il portale al momento non contiene nulla che non sia già facilmente reperibile su altre piattaforme (reliefweb innanzitutto). Fa piacere pero&#8217; vedere confermata la tradizionale attenzione dei governi nordici al tema dell&#8217;assistenza umanitaria: non mettono solo molte risorse economiche, ma investono anche in qualità e innovazione. E soprattutto sarà interessante capire a che cosa porterà questa partnership tra uno dei più attenti donatori e un centro di ricerca che già ha dimostrato di saper ben utilizzare le piattaforme collaborative (si veda al proposito lo <a href="http://ihlforum.ning.com/" target="_blank">Humanitarian Law and Policy Forum</a>, sviluppato su NING).</p>
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		<title>Uno per tutti&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 16:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Bertotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[commento]]></category>
		<category><![CDATA[documento]]></category>
		<category><![CDATA[ONG]]></category>

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Nel campo dell&#8217;assistenza umanitaria, è ben noto che il contributo delle grandi ONG internazionali è ormai molto spesso superiore a quello della maggior parte dei governi donatori. Per citare un solo dato, dopo Regno Unito e USA è il movimento internazionale di MSF, con le sue 19 sezioni nazionali, ad occupare il terzo posto nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2009/06/all_for_one.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-178" title="all_for_one" src="http://www.umanitari.it/wp-content/uploads/2009/06/all_for_one-239x300.jpg" alt="" width="239" height="300" /></a></p>
<p>Nel campo dell&#8217;assistenza umanitaria, è ben noto che il contributo delle grandi ONG internazionali è ormai molto spesso superiore a quello della maggior parte dei governi donatori. Per citare un solo dato, dopo Regno Unito e USA è il movimento internazionale di MSF, con le sue 19 sezioni nazionali, ad occupare il terzo posto nella classifica dei donatori più generosi.</p>
<p><span id="more-177"></span>Proprio in considerazione del peso che le grandi famiglie non governative internazionali stanno assumendo nel settore dell&#8217;aiuto umanitario, è particolarmente interessante leggere un recente lavoro del Feinstein International Center della Tufts University: &#8220;<a href="http://www.reliefweb.int/rw/lib.nsf/db900SID/AMMF-7SPSS9?OpenDocument" target="_blank"><em>One For All and All For One: Intra-Organizational Dynamics in Humanitarian Action</em></a>&#8220;. Si tratta di una ricerca, commissionata da Oxfam America, sulle strutture organizzative e i modelli di gestione adottati da alcune tra le principali ONG umanitarie presenti sulla scena internazionale.</p>
<p>Di questo paper non sono le conclusioni finali ad essere particolarmente interessanti o innovative, quanto l&#8217;analisi delle diverse soluzioni organizzative a cui le ONG hanno guardato per affrontare i problemi conseguenti alla crescita di dimensioni e all&#8217;ampiamento/diversificazione dei rispettivi mandati. Le ONG oggetto di studio sono: Care, Lutheran World Federation, Oxfam, Save the Children e World Vision. Amnesty International è stata inclusa nello studio come organizzazione esterna al settore umanitario, a cui guardare per raffronti.</p>
<p>In chiusura una sintetica considerazione sul versante italiano di questo fenomeno. Negli ultimi 15 anni, il nostro paese è stato &#8220;investito&#8221; dall&#8217;ingresso di svariate ONG internazionali (con effetti importanti sul versante della competizione interna e del confronto con il modello tradizionale di ONG italiana). Molte hanno scelto di approdare in Italia per sfruttare spazi ancora disponibili per la raccolta fondi e solo in un secondo momento le strutture italiane hanno assunto autonomia operativa anche sui programmi e sull&#8217;advocacy (con profili e tempi diversi, questa è stata l&#8217;esperienza di ActionAid, Save the Children e, più recentemente, World Vision). Manca quasi del tutto l&#8217;esperienza opposta di organizzazioni italiani capaci di aprirsi alla partecipazione a network internazionali: uniche eccezioni &#8211; almeno per quanto mi è dato conoscere &#8211; il CESVI con Alliance 2015 e l&#8217;alleanza di Ucodep con Oxfam International (ad oggi limitata sul fronte campaigning e advocacy). L&#8217;opzione di ONG italiane che costruiscono network internazionali a partire da propri partner (o missioni) locali è quasi del tutto assente, se si escludono le esperienze di network come AVSI (collegata alla Compagnia delle Opere) e VIS (parte integrante della Famiglia Salesiana).</p>
<p>Il panorama è certo più complesso di come l&#8217;ho potuto sintetizzare qui. Mi pare però stimolante ragionare sulle prospettive di rafforzamento del settore non governativo italiano, prospettive che dal mio punto di vista non possono che passare da due processi virtuosi: 1) la fusione/aggregazione di più soggetti per costruire organizzazioni che abbiano dimensioni e peso sufficienti a migliorarne efficienza e impatto; 2) l&#8217;internazionalizzazione delle ONG italiane attraverso la costruzione di alleanze internazionali o l&#8217;ingresso in network già esistenti.</p>
<p>A voi la parola!</p>
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