L’impatto della riforma delle Nazioni Unite sull’azione umanitaria.
Il mondo umanitario dopo la fine della guerra fredda è entrato in una nuova fase. A partire dagli anni ‘90, il mutamento degli scenari geo-politici, sociali ed economici internazionali ha indotto una notevole restrizione degli spazi per le operazioni indipendenti e neutrali di aiuto alle popolazioni vittime di conflitti. Di questa restrizione, Medici Senza Frontiere (MSF), organizzazione pioniera dell’intervento sanitario in aree di conflitto, ne ha colto ripetutamente i segni.
L’imperativo umanitario impone di portare soccorso alla popolazione civile coinvolta in conflitti armati o travolta da calamità naturali e ispira la sua azione ai principi fondanti di indipendenza, neutralità ed imparzialità. Questi principi che richiamano all’astensione dalle dinamiche militari e politiche del conflitto e all’intervento attuato senza discriminazioni, seguendo esclusivamente le priorità dettate dai bisogni reali della popolazione, sono oggi sottoposti ad una pressione crescente. Costretta e limitata da divise militari, ingerenze economiche e mandati politici, l’azione umanitaria si trova ad operare in ambiti sempre più ristretti e il suo fine diventa sempre più difficile da perseguire quando le ragioni dell’umanitarismo sono invocate per legittimare agende politiche.
La fine dell’antagonismo Est-Ovest che aveva caratterizzato la guerra fredda ha segnato anche un cambio radicale nella politica delle Nazioni Unite. Fra il 1948 e il 1988, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha lanciato 14 operazioni di peacekeeping mentre negli anni ‘90, in risposta all’aumento dei conflitti, sono state avviate ben 35 missioni e altre sei sono state decise a partire dal 2000. Anche la presenza internazionale italiana è cresciuta in particolare attraverso la partecipazione alle operazioni conseguenti alla crisi del Golfo Persico e alle vicende dei Balcani. Delle 108 missioni a cui hanno preso parte contingenti italiani, quelle condotte dalle Organizzazioni internazionali alle quali l’Italia appartiene sono 77.
L’ONU si trova dunque a rispondere a una serie di emergenze complesse che implicano simultaneamente considerazioni di aspetto politico, militare e umanitario. Aumenta la gamma dei sui compiti: la distribuzione degli aiuti umanitari, il disarmo e la smobilitazione, la creazione di un ambiente sicuro per le elezioni, il resoconto delle violazioni del diritto umanitario internazionale, oltre naturalmente ai compiti di monitoraggio e controllo del cessate il fuoco. Questo nuovo ruolo del Consiglio continuerà per tutti gli anni ‘90 durante i quali le operazioni di peacekeeping si trasformano da limitate operazioni di interposizione tra forze militari a complessi interventi di mantenimento della pace e ricostruzione in Paesi sconvolti da guerre civili e conflitti etnici.
La maggior parte di queste missioni non hanno però avuto un mandato politico e militare specifico ma sono state subordinate a un generico mandato umanitario. Da allora ha preso lentamente forma una nuova dottrina di interventismo fondata sul presunto diritto di intervento per ragioni umanitarie che ha trovato la sua applicazione più significativa prima con l’operazione Restore Hope in Somalia dove per la prima volta si è ucciso in nome dell’umanitarismo, e poi nell’operazione della Nato in Kosovo nel 1999. Dagli anni Novanta molti Stati hanno utilizzato l’assistenza umanitaria come parte integrante della loro strategia militare e di conseguenza è stato gravemente danneggiato il principio che sottende all’azione umanitaria: un’assistenza incondizionata ed imparziale a quanti si trovino in condizioni di bisogno. I conflitti in Kosovo, Afghanistan ed in Iraq possono forse emblematicamente essere utilizzati come esempi di una situazione in cui raggiungere ed aiutare in modo indipendente le vittime sta diventando sempre più complesso.
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