UNIFIL II – Keeping Peace Once for All
Se la natura messianica e risolutrice dei conflitti assegnata al peacekeeping al termine della guerra fredda aveva già mostrato i suoi limiti negli anni ‘90, il nuovo millennio ha segnato la sconfitta del peacekeeping (enforcing) così come concepito dai teorici dell’interventismo umanitario.
Oggi il peacekeeping sembra piuttosto tornare ad assumere un profilo più basso, traumatizzato dalle esperienze dell’Afghanistan e dell’Iraq dove anche il suo valore morale, anche senza considerare l’implementazione pratica, è stato pesantemente messo in discussione.
Il contesto che probabilmente più di tutti rappresenta questa nuova forma di peacekeeping post-liberale, di basso profilo, ed esclusivamente mirante a creare ‘finestre di opportunità’ per l’azione politica è il Libano. Qui i soldati ONU, sotto comando italiano, stanno svolgendo un importantissimo ruolo di contenimento del conflitto, ben comprendendo quali siano i limiti della propria azione.
Le ‘red-lines’, come vengono definiti in Libano i limiti imposti per evitare lo scontro con le diverse milizie, sono rispettate dai peacekeepers sia sul piano politico che, incredibilmente, sul piano umanitario. Infatti il Libano, se paragonato con altri contesti come l’Afghanistan risulta essere un oasi felice per le relazioni militari-civili, e potrebbe essere presa ad esempio per superare i dibattiti ideologici che predominano tanto tra le Organizzazioni non Governative, quanto tra i Militari.
Per chi dovesse essere interessato ad approfondire il tema metto qui il link ad una ricerca realizzata su UNIFIL per il Master in Conflict, Security and Development del King’s College di Londra.
UNIFIL II – Keeping peace once for all
Quello che risulta da questo studio è che un ritorno ad una forma più modesta di peacekeeping, nella piena consapevolezza dei suoi limiti intrinsechi potrebbe riconsegnare alle relazioni internazionali uno strumento efficace oggi considerato in pieno declino.
Inoltre, questa lezione nel campo delle missioni di pace potrebbe rappresentare anche un utile esempio per una azione umanitaria sempre più lontana dalle sue radici e dal suo mandato essenziale, in piena crisi di identità. Forse anche in questo campo un ritorno alle origini, una accettazione piena dei limiti fondamentali dell’azione umanitaria potrebbe portare a risultati positivi.

